SOUVENIR DALLA SCUOLA DI GIORNALISMO di don Nicolò Tempesta

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Caro don Lorenzo, sono stato nella chiesa di sant’Andrea a Barbiana: una piccolissima parrocchia sul monte Giovi, nel territorio del comune di Vicchio del Mugello. La chiesa del 1300 e la canonica, situate a 475 metri di altitudine sopra il vasto paesaggio della valle della Sieve, sono ancora, circondate da poche case e dal minuscolo cimitero. Eppure Barbiana, grazie alla tua “esperienza pastorale” di priore iniziata l’8 dicembre 1954, è diventata una sorta di cattedra della parola.
In questo fine settimana, mi è piaciuto associare la nostra ‘Domus Mariae’ proprio alla tua scuola e i circa 60 ragazzi che hanno dato vita alla scuola di giornalismo studentesco, ai tuoi ragazzi di Barbiana. Hai proprio ragione caro don Lorenzo quando già nel 1950 avevi sostenuto che: «Ciò che manca è il dominio sulla parola. Sulla parola altrui per afferrarne l’intima essenza e i confini precisi, sulla propria perché esprima senza sforzo e senza tradimenti le infinite ricchezze che la mente racchiude».
Riscoprire e rilanciare il giornalismo studentesco significa per noi rendere una redazione giornalistica un’autentica forma di educazione per fare della parola uno spazio d’amore. Solo così l’informazione può far lievitare la verità della vita, del mondo, della politica, della comunicazione.
Non esiste, caro don Lorenzo, verità senza amore per coloro cui si annuncia la parola. Sei un prete come me e sono sicuro che non ti dispiacerebbe se il sostantivo parola avesse la P maiuscola: segno di un parola più grande che diventa nella nostra vita carne e quindi amore. Ci siamo confrontati con professionisti del mondo stampato dando vita a dei veri e propri laboratori di inchiostro che fanno trasparire la verità della storia e della geografia che viviamo. Siamo partiti da come i fatti diventano notizie e ci si è resi conto che: «Il desiderio di esprimere il nostro pensiero e il pensiero altrui è l’amore. È il tentativo di esprimere le verità che solo s’intuiscono le fa trovare a noi e agli altri», così come avevi scritto al signor Lovato. L’amore è la radice in cui innestare l’informazione che oggi sempre più sembra non appartenere al bene di tutti ma esclusivamente nelle mani di pochi.
Abbiamo voluto, proprio come a Barbiana, offrire una tribuna per discutere le proprie idee, riscoprire la capacità di ascolto e di discussione, l’audacia di indurre alla riflessione, capaci di rendere la parola davvero patrimonio di tutti e non solo proprietà privata di una determinata oligarchia di persone. Per questo per la scelta dei temi (persino del nome) da mettere su questi giornali serve un po’ di … pensiero!
Sai una cosa? Abbiamo chiamato questa esperienzaLinkiostro: sulle tracce di Prometeo! Modernità e cultura libresca si incontrano in questo titolo, un po’ a dire le sfide degli studenti di oggi. “Linkiostro” perché i luoghi della partecipazione non sono fatti ormai solo di carta, ma possono assumere le forme di blog, siti, newsletter, facebook… “Prometeo” perché questo personaggio un po’ dimenticato della mitologia classica ci piace. Prometeo è il titano che regala il fuoco agli uomini. È colui che “vede prima”, previene. Prometeo mette al servizio degli uomini la sua forza e la sua conoscenza per donare all’umanità ciò di cui ha bisogno e che da sola non può raggiungere, proprio perché non riesce a vedere così lontano. Ci sembra la metafora giusta per indicare il lavoro del giornalista, chi, cioè, dovrebbe sempre essere al servizio della gente, pronto a “vedere prima”, a scovare ciò che è importante e “invisibile agli occhi” (o se preferite, ai media) per porlo all’attenzione dell’opinione pubblica. È anche un compito educativo, il suo, non di poco conto. Ma è soprattutto una responsabilità di cittadinanza, alla quale ci piacerebbe poterci appassionare.
La tua passione fu insegnare parole, promuovere umanamente i ragazzi, aiutarli a essere cittadini e credenti seri. Il tuo fu un amore concreto e fattivo, per questo ti diciamo grazie! L’informazione dovrebbe servirci proprio a questo: renderci educatori attenti e non superficiali che vivono la complessità consapevoli che “le parole non le portano le cicogne” per questo rimandano ai fatti. Quando siamo capaci di andare in profondità, allora diamo alle parole il profumo della profezia. Siamo sicuri che sei d’accordo con noi: i docenti, gli educatori, noi preti “non dovremmo preoccuparci di cosa bisogna fare per fare scuola, ma solo di come bisogna essere per poter fare scuola”.
Caro don Lorenzo, questi giorni romani, ci hanno permesso di fare della parola uno spazio di educazione, un luogo educativo dove si impara per primi ad ascoltare per fare delle parole creatività e dell’informazione la casa della verità. Sono sicuro che ogni qualvolta ci viene nostalgia di una parola buona, seria, limpida, pulita, non contaminata, vera, creativa, efficace…ritorneremo, se non fisicamente, almeno col cuore a Barbiana, cattedra della parola che si fa serva perché sa educare.