La mafia teme la scuola più della giustizia

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“La mafia teme la scuola più della giustizia. L'istruzione taglia l'erba sotto i piedi della cultura mafiosa” Antonino Caponnetto

Di ritorno dal viaggio sulla nave della legalità (al termine di un percorso di educazione e diffusione della cultura della legalità nelle scuole, organizzato dalla Fondazione Giovanni e Francesca Falcone in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) le parole di Antonino Caponnetto (che guidò il pool antimafia dall’1983 insieme a Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe di Lello e Leonardo Guarnotta e il cui operato portò ai risultati del maxiprocesso del 1986) mi sembra che descrivano meglio di altre il nostro tempo.

Migliaia di studenti e insegnanti provenienti da tutta Italia salpano il 22 maggio 2013 dai porti di Civitavecchia e Napoli, con due navi simbolicamente rinominate Giovanni e Paolo, alla volta di Palermo, città bellissima e contradditoria, per commemorare il XXI anniversario delle stragi di Capaci e via d’Amelio. Il 23 maggio, data simbolica dell’impegno delle scuole per la diffusione della cultura della legalità, sbarchiamo a Palermo: in alcune piazze sono allestiti da diverse scuole e associazioni (Libera, associazioni, nomi e numeri contro le mafie, Addio Pizzo, Servizio Civile, Guardia Forestale… ) i “villaggi della legalità” con laboratori tematici sul rapporto legalità –ambiente. Contemporaneamente, nell’aula bunker del carcere Ucciardone (l’aula costruita ad hoc per il maxiprocesso) una delegazione di studenti e insegnanti si confronta con autorità ed esponenti dell’ “antimafia”: il presidente del Senato Pietro Grasso, il Ministro dell’istruzione Maria Chiara Carrozza, il Ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri, il Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, Nunzia de Girolamo, il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati Rodolfo Sabelli, il presidente del Tribunale di Palermo Leonardo Guarnotta, il Presidente della RAI Anna Maria Tarantola, il professor Nando dalla Chiesa, associato di Sociologia della Criminalità organizzata presso l’Università degli Studi di Milano, lo scrittore e giornalista Roberto Saviano e il conduttore Fabio Fazio. Nel pomeriggio poi, con un grande corteo che ha invaso le vie principali di Palermo, ci si è messi in marcia verso l’albero Falcone, dove, presenti anche il Presidente della Camera Laura Boldrini, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, il Presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta e Maria Falcone, si tiene la commemorazione in ricordo delle donne e degli uomini che a Palermo hanno perso la vita per mano mafiosa.

Ogni anno sono sempre di più gli studenti e gli insegnanti, provenienti da tutte le parti d’Italia, che si riversano nelle vie di Palermo e cantano e intonano cori contro la mafia, contro le stragi, in ricordo delle tante vittime innocenti. Esperienze come queste sono molto importanti e belle, aiutano a calarsi nelle storie e negli avvenimenti di cui forse si è solo sentito accennare sui giornali o sui libri di scuola.

Fondamentale, però, è il dopo: il ritorno a casa, il rientro nella propria scuola, nel proprio posto di lavoro. Cosa ce ne facciamo altrimenti di esperienze come queste, ad alto tasso emotivo, che ci coinvolgono per tre giorni a 360 gradi? Ricchezze come queste si rivelano soltanto se trasformate nello stimolo a un impegno concreto, quotidiano, a informarsi e impegnarsi. Urlare i nomi di Falcone e Borsellino per le vie di Palermo solo il 23 di maggio serve a poco. Acquista invece rilevanza se inserito in un percorso personale di graduale presa di coscienza del ruolo e delle responsabilità che ciascuno può assumere là dove vive. Paolo Borsellino, durante la veglia per il trigesimo della morte dell’amico e collega Giovanni Falcone il 23 giugno, disse:

“La lotta alla mafia, primo problema da risolvere nella nostra terra, bellissima e disgraziata, non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, anche religioso, che coinvolgesse tutti, che abituasse a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, della indifferenza, della contiguità, e quindi della complicità”.

È fondamentale mantenere vivo il ricordo di Falcone e Borsellino, così come è importante ricordare e celebrare le vite di tutte le vittime innocenti (a oggi sono più di 900…) morte per mano mafiosa, senza distinzioni, senza costruire vittime di serie a o di serie b.

Il ricordo, quello vero, va oltre la giornata del 23 maggio e va oltre la partecipazione al viaggio della legalità. Il vero ricordo è quello che si fa impegno quotidiano, che diviene consapevolezza e stile di vita nel mondo, nel paese, nel quartiere. Perchè tutti, ciascuno con le proprie specificità, siamo chiamati ogni giorno a essere testimoni vivi e credibili di una cultura della legalità che parte dal basso, dai piccoli gesti quotidiani a cui spesso diamo troppa poca attenzione. “Non uccidiamoli una seconda volta” diceva Don Luigi Ciotti a Firenze il 16 marzo alla Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle Mafie, organizzata ogni anno da Libera, associazioni nomi e numeri contro le mafie: non uccidiamo il ricordo di questi uomini e queste donne, non lasciamo che il loro impegno, e la loro morte, siano avvenuti senza uno scopo. Diventiamo le gambe delle idee che ci sono state consegnate

Dopo lo spiazzamento, e quel misto di angoscia, rabbia, tristezza e incomprensione, dopo la raffica di emozioni che ti travolgono nell’aula bunker, di fronte a quelle 30 “gabbie”, puoi essere sicura che, come scriveva Rita Atria sul suo diario, “Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c'è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarsi”.

Stare in questo pensiero genera un modo di vivere più giusto, per te e per gli altri.

 

Carlotta Mazzi