Giovani e lavoro, aperti a un domani di speranza (a partire dalla scuola)

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Dal viceministro Martone che definisce "sfigato" chi si laurea molto in ritardo e che invita a scegliere con criterio il percorso di studi (se mi sento portato da subito per il lavoro, optare per un istituto tecnico è ottimo), al premier Monti e alla ministra Cancellieri che fanno notare come la flessibilità intellettuale e geografica (mobilità) sia non solo inevitabile ma anche molto importante. Proviamo a dire anche noi la nostra...
Monotoni! Mammoni! Fannulloni! Sfigati! Pare che noi giovani italiani non ce la passiamo troppo bene, ultimamente. Almeno questa è l’impressione che si ricava leggendo superficialmente alcune dichiarazioni rilasciate nelle ultime settimane da membri dell’attuale squadra di governo. Quotidianamente si sente parlare dei giovani: del nostro ruolo nell’Italia di oggi e soprattutto di domani; delle prospettive di vita in continuo mutamento; della capacità di adattamento che sempre più ci verrà richiesta. Ma cosa vuole dirci il governo, insistendo così di frequente sui giovani? E che cosa di questo dibattito può toccare un msacchino delle superiori, alle prese ancora con versioni ed equazioni più che con buste paga e co.co.pro? Proviamo a rifletterci insieme, dando uno sguardo più approfondito alle battute dei “tecnici” di Palazzo Chigi.
 
 
“Dobbiamo fare lo sforzo di dare ai giovani dei messaggi veri, tipo: se a 28 anni tu
non sei ancora laureato sei uno sfigato; se a 16 anni tu scegli di lavorare o di fare un
istituto tecnico professionale e decidi di farlo bene: bravo!” (Michael Martone,
Viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali)
 
 Partiamo dalla dichiarazione che più ha fatto scalpore: Michael Martone, viceministro della
titolare del Welfare Elsa Fornero, definisce “sfigato” chi a 28 anni ancora non ha una laurea.
Apriti cielo. Ben inteso, la frase è forte e presta il fianco alle critiche; in particolare a quelle di
chi, mentre studia, lavora e magari si sta costruendo una famiglia. Sarebbe folle puntare il dito
contro questo genere di studenti, e siamo certi che non fosse nelle intenzioni del Viceministro.
In ogni caso, gran parte dei media si è “scordata” di dare risalto alla seconda parte del
concetto espresso da Martone: “se a 16 anni scegli di lavorare o di fare un professionale, e
decidi di farlo bene”, altro che sfigato, qui ti meriti un bel “bravo”! Insomma, non è lo studiare
tanto e in fretta che per Martone mette in regola un giovane; a dare valore al suo percorso di
studi, o alle sue scelte di vita, sono la convinzione e l’efficacia con cui quelle scelte vengono
portate avanti. “Studiare” controvoglia fino a 19, 24, 28, anche 50 anni non rende; mettere a
frutto le proprie abilità, che non per forza devono essere limitate all’impegno sui libri, è invece
la carta vincente. In questo senso è facile leggere nella sua completezza la dichiarazione di
Martone: non una bastonata ai giovani, indistintamente, ma un appello: ragazzi, sfruttate gli
anni della scuola, non scaldate i banchi; siate capaci di scelte coraggiose e determinate, non
rassegnatevi al qualunquismo e non andate dove vi porta la massa. È l’unico modo per dare
valore alla vostra formazione, scolastica e professionale! E ciò risulta fondamentale, in una
società esigente e competitiva come la nostra.
 
  
“I giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita.
Del resto, diciamo la verità, che monotonia un posto fisso per tutta la vita. E’ più
bello cambiare e accettare nuove sfide purché siano in condizioni accettabili.” (Mario
Monti, Presidente del Consiglio)
 
 Comici e artisti della satira politica hanno gongolato a questa uscita del premier Monti:
finalmente una parola fuori posto, da quest’uomo sempre così maledettamente pacato e
moderato! In effetti, dire che il posto fisso sia “monotono” è un azzardo: precarietà del lavoro
significa guadagno non assicurato a lungo termine, e dunque insicurezza di base nel procedere
con scelte di vita delicate: accendere un mutuo, formarsi una famiglia, pensare a dei figli... Ma,
anche in questa occasione, andiamo oltre la strumentalizzazione della frase. Sappiamo che
Monti, insieme ai suoi ministri, sta lavorando a una riforma del lavoro che dovrebbe prevedere
licenziamenti più facili da parte delle aziende, ma anche maggiori tutele per chi perde
temporaneamente il lavoro. Sintetizzando ai minimi termini, l’obiettivo del governo è installare
in Italia un mercato del lavoro più fluido, dove sia più facile per i lavoratori cambiare posto di
lavoro, pur mantenendo determinate tutele (ad esempio un sussidio di disoccupazione
temporaneo, sul modello di altri Paesi soprattutto del nord Europa). Con queste premesse, i
lavoratori di domani dovranno essere pronti a cogliere opportunità, guardare sempre a un
miglioramento della propria condizione di vita, non accontentarsi di ciò che hanno. In una
società dove il lavoro sarà più mobile, bisognerà essere versatili, capaci di adattarsi a persone,
richieste e obiettivi sempre in evoluzione. Ed è una caratteristica che si può allenare già dagli
anni delle superiori: applicandosi a tutte le materie con interesse, per esempio; informandosi,
aprendo i propri interessi a più settori. Vietato fossilizzarsi, ci dice Monti con la formula del
“posto fisso monotono”: e chi come i giovani può avere l’apertura di orizzonti, la voglia di
crescere che serve per adempiere a questa richiesta?
 
 
"Gli italiani sono fermi, come struttura mentale, al posto fisso, nella stessa città e
magari accanto a mamma e papà, ma occorre fare un salto culturale. Il mondo
moderno tende sempre più alla flessibilità, bisogna confrontarsi con il mondo che è
cambiato." (Annamaria Cancellieri, Ministro dell’Interno)
  
L’ultima affermazione che analizziamo è di Annamaria Cancellieri, Ministro dell’Interno. Anche
lei, con quell’aria un po’ da nonna di tutti noi, non ha risparmiato una bella frecciata ai giovani:
“basta pensare al lavoretto vicino a casa, il mondo è cambiato”. Se con l’avvertimento di Mario
Monti avevamo parlato della richiesta di “mobilità intellettuale”, con Cancellieri dobbiamo
prendere in considerazione la mobilità fisica che ci sarà richiesta. La società globalizzata sposta
i centri di produzione, e le aree d’eccellenza diventano poli a livello mondiale. Ok, cari
msacchini, concediamoci di non volare troppo in là nello spazio e nel tempo, di rimanere
ancora un po’ attaccati ai nostri banchi di scuola. Ma non possiamo evitare di pensare che un
domani potremmo trovarci in un mondo che ci offra i lavori che sogniamo a New York, Londra,
Parigi, piuttosto che a Pechino o Nuova Delhi. E mentre siamo alle superiori, che possiamo fare
per prepararci? Be’ due cose su tutte: studiare bene le lingue, magari anche approfondendole
oltre le ore di lezione regolari con le opportunità che ormai tutti gli istituti offrono (certificazioni
internazionali, brevi soggiorni in famiglie estere, vacanze studio...); e, quando pensiamo a
dove fare l’università, non prendiamo come primo parametro la vicinanza da casa. Si tratta
sempre e comunque di realizzare le proprie ambizioni, di aderire alla propria vocazione di
studenti: se per seguire la nostra strada ci sentiamo chiamati a studiare in un’altra regione, o
perché no nazione, il nostro ministro dell’Interno ci ricorda che non possiamo più tirarci
indietro per la distanza, pena la perdita di occasioni forse irripetibili.
Detto tutto questo, possiamo chiudere con un’ultima frase, ancora del premier Monti. A
margine delle trattative con le parti sociali per la riforma dell’articolo 18 dello statuto dei
Lavoratori, ha detto: "Noi lavoriamo nell'interesse di un interlocutore non seduto a
quel tavolo, cioè i giovani”. Insomma, dal governo, che sta operando con lungimiranza, ci
spronano perché hanno fiducia nei giovani, che costituiranno la società di domani. E noi, già
dai banchi delle nostre scuole, non possiamo deluderli.
 
 

Gioele Anni (Equipe Nazionale MSAC)

 

 

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