Cosa serve alla nostra scuola?

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Valeria Fedeli, ministra dell'Istruzione

di Andrea Facciolo (Delegato Msac al Miur) - Il nuovo governo, che ha appena ottenuto la fiducia da Camera e Senato, porta "in dote" alla scuola un nuovo ministro dell'Istruzione: la senatrice Valeria Fedeli. Si tratta del quinto ministro a Viale Trastevere in cinque anni (dopo Gelmini, Profumo, Carrozza e Giannini) e c'è attesa per le dichiarazioni programmatiche che renderà alle commissioni Istruzione e Cultura delle due Camere.

A prescindere dai provvedimenti specifici che annuncerà di voler adottare nei settori di competenza del ministero (istruzione, università e ricerca) sarà importante conoscere con quale metodo di lavoro la neo ministro vorrà guidare la scuola italiana. Veniamo infatti da una stagione che a partire dagli anni ‘90 ha visto l'approvazione di diverse riforme:

  • l'introduzione dell'autonomia scolastica, dello statuto degli studenti e delle studentesse, delle attività integrative, di nuovi organi e spazi di rappresentanza territoriali e nazionali e il tentativo di riforma dei cicli di Berlinguer;
  • la riforma Moratti, poi in parte modificata dal successore Fioroni;
  • la riforma Gelmini;
  • la "Buona Scuola" del ministro Giannini, preceduta da alcuni interventi dei ministri Profumo e Carrozza.

Quasi tutti gli inquilini del MIUR degli ultimi 20 anni sono quindi intervenuti sulla struttura e sulle caratteristiche del nostro sistema scolastico lasciando un impronta più o meno definita. Alcuni provvedimenti sono ancora in fase di adozione o devono ancora essere redatti, si pensi ad esempio alle deleghe previste dalla legge 107/2015, la famosa "Buona scuola" che scadranno, salvo proroghe, a metà gennaio 2017 e riguardano materie cruciali come il diritto allora studio, la valutazione, l'accesso alla professione docente, il riordino dell'istruzione professionale.

Questo processo di riforma continuo ha generato effetti quasi paradossali. Per esempio, quando nel 2015 le prime classi della scuola superiore interessate dalla riforma Gelmini arrivarono all'esame di maturità, non erano ancora state emanate le disposizioni attuative per le nuove modalità di esame previsto dalla riforma. Il Ministero decise in corso d'anno di mantenere la struttura precedente dell'esame di stato in attesa dell'emanazione della “Buona scuola”. E ancora oggi la delega al governo a disciplinare la nuova maturità che, come detto, scade il prossimo gennaio, non è ancora stata varata.

Sarebbe dunque importante, oltre a completare in tempi utili i provvedimenti attuativi dell'ultima riforma e risolvere i problemi che essa non ha cancellato (come l'annosa questione delle supplenze, le reggenze, ecc.), ripartire dalla cura dell'ordinario.

Se c'è una cosa che serve alla nostra scuola, di ogni ordine e grado è proprio questa: curare l'ordinario.

Questo non significa “giocare in difesa” e limitarsi agli atti indispensabili per far funzionare la macchina scolastica. Richiede anzi uno sforzo ancora maggiore di quello necessario per scrivere una legge di riforma: significa infatti costruire un processo virtuoso di verifica dello stato di salute delle nostre autonomie  scolastiche e del sistema di istruzione e formazione nel suo complesso, e fare il punto sull' attuazione dei diversi provvedimenti di riforma. La verifica può avvenire attraverso i tanti canali che il Ministero ha a disposizione: gli uffici scolastici territoriali e regionali, i dirigenti scolastici e i dirigenti tecnici (i vecchi ispettori), l'istituto Invalsi, l'Indire, ecc. Ma insieme alla verifica è importante riattivare il dialogo con gli attori del mondo della scuola: le regioni che condividono con lo Stato la competenza legislativa concorrente su questa materia e gestiscono partite delicate come il diritto allo studio e il dimensionamento, le rappresentanze di docenti, genitori, studenti e scuole autonome a livello nazionale e locale che portano un contributo qualificato e prezioso sulle materie di intervento del Ministero. Per avviare questo dialogo non serve costruire nuovi spazi e nuovi contenitori, occorre però far funzionare gli organismi esistenti, come il Forum nazionale delle associazioni studentesche e il Consiglio nazionale dei presidenti di consulta, per gli studenti delle scuole superiori, attraverso una calendarizzazione costante e non sporadica di incontri e lavori e volontà di confronto e ascolto non solo da parte delle strutture tecniche del ministero ma soprattutto dalle autorità politiche (come il Ministro, appunto), a cui compete poi prendere i provvedimenti conseguenti.

Si tratta certamente di un processo lungo che richiede tempo ed energie da entrambe le parti ma che produce frutti nel lungo periodo e che può portare a riavviare e rafforzare il dialogo e la partecipazione di tutte le componenti della comunità scolastica a cascata anche nelle singole scuole, in primis gli studenti, contribuendo a ricreare un clima di ascolto, dialogo e condivisione nella cura del bene comune che è essenziale per tutta la nostra società, mai come oggi lacerata e caratterizzata da contrapposizioni e divisioni.

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