Considerazioni in apertura del nuovo anno scolastico 2016/17

Con gli occhi e il cuore di don Milani

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di Michele Pace* - Ricostruire a posteriori il pensiero di una qualsiasi persona risulta essere indubbiamente complicato. Questa operazione inoltre appare un’impresa a dir poco ciclopica se si tratta di farlo rispetto ad un uomo il cui “carattere era, per natura, estraneo ai modi consueti con cui la personalità umana si apre agli altri per donare o per accogliere, o si slarga nella molteplice esperienza facendosi molteplice”. Così infatti Ernesto Balducci descrisse don Lorenzo Milani a qualche anno dalla sua morte. Nondimeno sono persuaso che, leggendo questo mio articolo, lo stesso prete fiorentino non solo sarebbe andato su tutte le furie, ma avrebbe già messo in moto la creatività dei suoi ragazzi per rispondere a questo mio scritto con la solita puntualità e precisione.
Sì, perché citare don Lorenzo Milani associandolo al concetto di “inizio anno scolastico”, risulterebbe non solo metodologicamente scorretto, ma, ai tempi che furono, avrebbe esposto chiunque alla pungente osservazione da parte dei ragazzi di Barbiana che: “A Barbiana tutti andavano a scuola dal prete. Dalla mattina presto fino al buio, estate e inverno”. Cioè sempre.
Provando perciò a ragionare a partire dalle le nostre categorie e attenendoci alle nostre scadenze, non possiamo non ricordare all’inizio di questo anno scolastico appunto che il 26 giugno 2017 celebreremo il cinquantesimo anniversario della morte del Priore di Barbiana e soprattutto (lo stesso don Lorenzo ci avrebbe tenuto sicuramente di più) un mese più tardi il cinquantesimo della pubblicazione di Lettera a una professoressa.
Questi anniversari non possono e non devono sfuggire agli “addetti ai lavori” del comparto scuola (presidi, insegnati, personale, alunni, genitori), non per aggiungere altre targhe alle molte che troviamo appese sulle pareti di tanti nostri istituti, ma per ricordare e cercare di rilanciare alcuni nodi fondamentali che l’esperienza di Barbiana ha lasciato in eredità alla nostra scuola e che nonostante gli anni non sono stati ancora pienamente recepiti. Lo diciamo nella consapevolezza sostenuta dalle parole del già citato Ernesto Balducci, amico e profondo conoscitore del pensiero di don Milani, che ebbe a dire: “Sarebbe assurdo assumere la scuola di don Milani come modello per la scuola italiana […]. Non è una esperienza imitabile”. Le ragioni di questo le spiega lo stesso Balducci quando aggiunge: “Almeno due ragioni impediscono questa operazione. La prima è che la scuola di don Milani è: don Milani […]. L’altra è una ragione di tipo oggettivo: la scuola istituzionale non può essere una scuola spontaneistica”. Tuttavia non possiamo non riconoscere alla Scuola popolare di Barbiana il merito di aver messo al centro del dibattito pubblico sulla scuola, ancora troppo legata in quel tempo alla cosiddetta Riforma Gentile e ad una struttura scolastica gerarchica e centralistica, alcune attenzioni fondamentali. Proviamo a sintetizzarle così:

  • Anzitutto la scuola come strumento di uguaglianza sociale. Una scuola capace, cioè, di dare ai ragazzi e ai giovani quegli strumenti conoscitivi e linguistici con i quali poter comprendere e interagire con la società esistente e far fronte alla classe che ha delle responsabilità oggettive rispetto queste disuguaglianze sociali.
  • Importante è anche la concezione del processo educativo come fatto comunitario. Nella scuola, infatti, secondo il modello milaniano, il processo educativo non può essere inteso soltanto come un processo discendente e quindi gerarchico, dal maestro all’alunno; ma la scuola può e deve essere intesa soprattutto come ricerca comune, in cui anche il maestro diventa discepolo del sapere.
  • La scuola di Barbiana è stata inoltre un laboratorio nel quale si sono messe al centro anche quelle culture cosiddette sommerse, che la scuola oggi come allora sottovaluta, ma che potrebbero essere, se valorizzate, il contributo più bello e prezioso che le classi sociali più povere ed emarginate possono offrire alla nostra società. Di conseguenza vi è tutta la riabilitazione della componente creativa di ciascun ragazzo, che non è un contenitore da riempire, ma un mondo da accogliere, capire e valorizzare.
  • Accanto a questo mi permetto di rilanciare un ultimo flash che mutuo direttamente dalla figura dello stesso don Milani e del suo modo del tutto personale di essere maestro, approccio fotografato soprattutto nelle ultime pagine di Lettera a una professoressa. Questo riferimento ci ricorda che l’essere maestri è un’arte che s’impara con l’esperienza ma che richiede anche una scelta di vita particolare (che per i credenti possiamo definire “vocazionale”). Sebbene infatti spesso si punta l’attenzione da parte degli insegnanti sulle difficoltà di questo lavoro, non ci può sfuggire l’importanza di essere sempre strumenti di crescita per i ragazzi che ci vengono affidati.

Ad un anno dalla entrata in vigore della legge cosiddetta de La Buona Scuola, tanti stanno provando a tracciare un bilancio dell’efficacia di tale riforma che evidentemente ha toccato alcuni punti importanti della struttura della scuola italiana. Tuttavia esistono delle riforme che vengono dall’alto e dei cambiamenti che possono e devono scaturire dal basso, dal modo cioè in cui si forma e si educa nelle nostre scuole. Don Milani attraverso l’esperienza di Barbiana ci ha lasciato un bonus consistente spendibile da chiunque opera nella scuola in qualsiasi ruolo. Un bonus da spenderci per ridare alla scuola quella autorevolezza che in alcune situazioni ha evidentemente perduta. Siamo consapevoli che solo occhi intelligenti sanno guardare e far guardare le cose in profondità, e soltanto cuori che ardono accendono altri cuori. Sono gli occhi e il cuore di don Milani.

*Sacerdote e Assistente nazionale del Movimento Studenti di Azione Cattolica (Msac) e del Movimento di Impegno Educativo di Azione Cattolica (Mieac)

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