AC, forza educativa negli ambienti di vita

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Si è svolto ieri (20 marzo) a Milano, presso l'università Cattolica, il convegno "Comunità cristiana, associazionismo, università. Luoghi dell'educazione". In quanto studente di lettere proprio alla Cattolica è intervenuto anche Gioele Anni, incaricato regionale MSAC della Lombardia.

Riportiamo qui di seguito il suo intervento:

Mi è stato chiesto oggi di portare una mia testimonianza di studente dell’Università Cattolica; e le mie considerazioni si sviluppano appunto a partire soprattutto dalla mia esperienza personale di studente universitario e di giovane, socio di Azione Cattolica. Riflettendo sul tema di questo incontro, ho pensato a come si compenetrino, nella mia esperienza personale, le dimensioni del fare associazione e del sentirsi comunità cristiana all’interno della vita universitaria; e in particolare mi sono interrogato su che cosa significhi “associarsi” in università, prima che nella nostra accezione di “essere associazione”, cioè di inserirsi in un gruppo con una identità e degli obiettivi ben precisi come può essere l’Azione Cattolica, nel senso etimologico del termine: ovvero, “associarsi” come scegliersi dei socii, dei compagni fidati all’interno dell’università con cui ci si unisce per confrontarsi e condividere ideali, progetti, stili di vita.

Ecco, la mia esperienza mi ha suggerito che nella vita universitaria l’”associarsi” in modo consapevole, tra studenti, non è un dato scontato, non è una realtà necessaria. L’università è un luogo in cui si può andare dall’inizio alla fine, in linea teorica, anche completamente da soli: perché ciascuno è responsabile del suo studio; ciascuno si gestisce il proprio tempo come meglio crede; ciascuno sceglie se e come frequentare le lezioni; e i risultati conseguiti sono strettamente individuali. In università non è rigorosamente necessario “associarsi” con i propri compagni. Certo, nessuno arriva a compiere i suoi studi senza interagire un minimo con altri studenti, sarebbe qualcosa di paradossale; però il rischio, che io intravedo nella mia quotidianità universitaria, è che le relazioni tra studenti risultino superficiali perché nate da pura necessità: ho bisogno dei miei compagni per gli appunti di un corso, per sapere cosa chiede quel professore all’esame, per seguire insieme delle lezioni... Ma relazioni di questo tipo rischiano di risultare un po’ “vuote”: possono sfociare magari nella condivisione del tempo libero, dello studio di gruppo, di pranzi, di aperitivi; ma non in rapporti più qualificati di confronto e dialogo, di impegno costruttivo, di scambio reciproco, di condivisione di ideali. Tutte caratteristiche invece, queste ultime, che si ritrovano nella mia esperienza di relazioni all’interno di un’Associazione, che nel mio caso specifico è appunto l’Azione Cattolica.

Dunque, sulla base di questa premessa, vorrei proporre tre motivi per rilanciare l’associazionismo all’interno dell’università. Prima di tutto, di un associazionismo generico, nelle varie proposte che l’università offre; poi di un associazionismo più consapevole, ad esempio quello dei gruppi impegnati a livello socio-politico anche nel contesto dell’università; e, infine, concluderei con uno sguardo sull’associazionismo cattolico e le ricchezze che esso può offrire all’interno della vita universitaria.

1. Perché è importante associarsi in un gruppo: se prendiamo il tempo dell’università come momento di pura formazione disciplinare, di mera preparazione nell’ambito del proprio piano di studi, il valore delle relazioni – come si diceva in precedenza – può passare in secondo piano, proprio perché per portare a termine l’università con successo non ho necessità di relazioni qualificate, e posso curare il mio percorso di studi in modo del tutto personale. Le relazioni che si creano sono dunque originalmente dettate da una casualità, da un incontro fortuito che sicuramente vede alla sua base una affinità di fondo – perché naturalmente frequentare uno stesso corso significa comunque condividere se non altro una passione, un interesse di base – ma è un’affinità che non richiede un approfondimento della relazione. Se invece vediamo il tempo dell’università nel modo più appropriato, come “luogo dell’educazione” a tutto tondo, diventa fondamentale aprire i propri orizzonti al di là del percorso di studi che si sta seguendo, per dare maggiore completezza al proprio percorso di crescita. La scelta di associarsi in una delle realtà proposte dall’università (gruppi di studio, gruppi sportivi, gruppi di approfondimento culturale, gruppi di volontariato...) comporta l’impegno specifico in un campo, un mettersi in gioco più profondo. La scelta, personale e priva di condizionamenti, di associarsi con altri studenti dà maggiore valore alle relazioni che si creano all’interno del gruppo, potenzialmente molto più di quanto ne possano avere le singole relazioni nate casualmente nelle aule. Richiamando un filosofo che ha dato grandi contributi di pensiero sul tema delle relazioni, Martin Buber, potremmo dire che nella vita universitaria di tutti i giorni c’è il rischio di sviluppare delle relazioni che Buber definiva “Io-Esso”, cioè impersonali e strumentali con un “altro” visto come semplice individuo, e non nella sua interezza di persona. Nell’associarsi, invece, la relazione è automaticamente quella di un “Io-Tu”, che, sempre nel linguaggio di Buber, è una relazione tra persone – non più tra individui – e svuotata di ogni finalità. Le semplici relazioni nate nella quotidianità universitaria nascondono a mio parere il rischio di diventare solo relazioni funzionali a rendere meglio nel percorso di studi; invece il vantaggio di una relazione all’interno di un gruppo cui si è liberamente scelto di partecipare, è che nell’associazione mi metto in gioco senza condizioni, incontro persone motivate dalla mia stessa libertà di scelta, e insieme possiamo costruire una relazione vera proprio perché libera, sulla base delle comuni sensibilità che portano a rivolgersi allo stesso gruppo.

 

2. La seconda considerazione riguarda l’associazionismo studentesco come momento di educazione alla cura del bene comune. È un’attenzione che nasce in me dall’esperienza del Movimento Studenti di Azione Cattolica, di cui ho fatto parte già durante gli anni delle scuole superiori nel circolo di Lodi. Oltre alle forti relazioni create in quegli anni, l’impegno nel Movimento mi ha permesso una formazione unica alla cura degli interessi comuni. Questo perché fare gruppo, associarsi a livello studentesco, significa prendersi cura del “bene comune” del gruppo intero. Chi sceglie di aderire a un’associazione ne diventa immediatamente protagonista, in base alle capacità che può mettere al servizio dell’associazione stessa: aderire a un’associazione significa aggiungere un elemento di formazione alla propria crescita; aiutare a diffondere il messaggio che l’associazione porta avanti; riflettere con i propri compagni delle criticità e delle ricchezze di un percorso che si sta intraprendendo; eventualmente assumere incarichi di responsabilità al servizio dell’associazione stessa. Associarsi significa insomma avviarsi su un percorso di condivisione, di analisi di ciò che è bene o male per il gruppo, appunto di “educazione al bene comune” del gruppo stesso. Associarsi vuol dire uscire dal proprio individualismo, per vivere un’esperienza di socialità con altre persone; comporta cioè un superamento degli interessi individuali per partecipare attivamente a un progetto in cui si crede. E non sono queste, forse, anche le radici dell’azione politica? Ho parlato però di associazionismo a livello di scuola superiore, che per il Movimento Studenti di AC si traduce anche in una grande attenzione alla partecipazione studentesca, quindi alle attività degli organi collegiali. Ma tornando all’ambiente universitario, devo dire che non ho ritrovato la stessa attenzione ai luoghi della partecipazione studentesca, le cui funzioni restano forse poco definite agli occhi degli studenti. Un dato su tutti mi sembra indicare questa poca cura che gli studenti in prima persona hanno per i luoghi della loro rappresentanza, e me lo fornisce proprio la mia università: alle ultime elezioni studentesche del maggio scorso, nelle sedi padane dell’Università Cattolica ha votato meno del 17% degli aventi diritto: vale a dire, neanche due studenti ogni dieci. È un dato che sorprende, soprattutto se si pensa che tutti gli iscritti dell’università sono già cittadini con diritto di voto, e dunque dovrebbero sentirsi stimolati dal confronto e dalla riflessione sui temi della politica anche e specialmente a livello di rappresentanza universitaria. Dunque, il disinteresse che sembra aleggiare intorno all’associazionismo mi pare latente, con la conseguente perdita di quell’interesse per il “bene comune” di cui si è detto; e non mi sembra un caso che questo si stia verificando in un momento del nostro Paese in cui l’opinione generale dei cittadini verso le forme di associazionismo politico vere e proprie, ovvero i partiti, è quanto mai screditata. L’auspicio è che l’Università sia sempre più attenta nello stimolare la partecipazione attiva dei suoi studenti, nell’informarli e nel tenerli al corrente delle operazioni che gli organi di rappresentanza conducono; e al contempo che le associazioni sappiano porsi in modo aperto e propositivo con gli studenti, favorendo un dialogo che non ha contesto migliore per fiorire di quello accademico.

 

3. La terza osservazione è riservata alla potenzialità dell’associazionismo cattolico all’interno dell’università. Che cosa significa essere studenti cattolici, oggi? Ancora, mi riallaccio al confronto con l’esperienza delle scuole superiori: devo dire che essere studente cattolico, al liceo, mi risultava più facile, potrei dire anche più “gratificante”: alle superiori infatti c’è un contatto continuo con docenti e compagni di classe, è un continuo discutere su ogni questione, magari in modo inesperto, ma certamente con grande animosità e passione; insomma è un continuo relazionarsi, con la spontaneità tipica degli adolescenti. E quindi c’erano continue possibilità di far emergere la propria fede, la propria testimonianza, il proprio pensiero, sempre in modo un po’ acerbo e sicuramente incostante, ma comunque estremamente concreto e fattivo. Il mondo dell’università, rispetto alle scuole superiori, vive ordinariamente, se così possiamo dire, di “marce più basse”, di una dimensione più meditativa anche dell’approccio con le materie di studio, e di un rapporto giocoforza più distaccato con docenti e colleghi. L’associazionismo cattolico in università, a mio parere, può avere la grande ricchezza di riunire in un luogo dispersivo come può essere l’ateneo le presenze cattoliche per momenti di formazione, di preghiera, di impegno: insomma, per creare anche nell’università quella comunità cristiana che magari vediamo tradizionalmente soltanto nelle nostre parrocchie o diocesi di appartenenza, ovvero i luoghi in cui la comunità cristiana trova la sua dimensione più completa. Una comunità cristiana in università è però segno di presenza, a misura di studente: una risorsa per giovani laici che si formano nell’università, e si sostengono vicendevolmente con la testimonianza; e una risorsa a servizio dell’università, di cui può cogliere le varie sensibilità per tradurle in impegno concreto.

Un associazionismo cattolico che si nutra dunque di interiorità, come si addice alla maturità degli studenti universitari; e come ci danno testimonianza ad esempio figure di riferimento di questa stessa università, quali Armida Barelli, padre Gemelli, Giuseppe Lazzati, il futuro beato Toniolo. Ma anche un associazionismo cattolico che non si chiuda in se stesso, che sia “nel cuore della realtà”, come recita lo storico motto proprio di padre Gemelli. Realtà universitaria in primis, richiamando quella partecipazione alla dimensione della proposta socio-politica sempre più moderata, ricca di buonsenso e di zelo per la comunità universitaria di cui si diceva anche al punto precedente. E infine un associazionismo che sappia dialogare con la realtà della città e del Paese, che sappia uscire dagli ambiti accademici, essere presente sul territorio, interessarsi ai temi dell’attualità. E che sappia confrontarsi anche con le povertà e le debolezze, che sia presente nelle difficoltà: ad esempio, portando il proprio aiuto di volontariato in qualche realtà di bisogno; oppure, incontrando i dubbi e le domande di fede di tanti ragazzi e studenti universitari, cui questa università già offre una specifica attenzione ai temi della religione cattolica, ma che magari cercano anche una testimonianza viva, un confronto personale con giovani come loro i quali fanno la scelta di credere nel Signore e di vivere in Lui la propria esperienza di studenti e di giovani uomini e donne.

In sintesi e per concludere, è importante dare valore all’associazionismo universitario per sperimentare relazioni più autentiche e gratuite; per preparare tramite l’associazionismo alla cura del “bene comune”, e perché no a un futuro impegno nell’ambito della realtà sociale; ed è importante sostenere le associazioni cattoliche perché diventino segno di comunità cristiana dentro l’università, ma aperte e in contatto diretto con le esigenze dell’università stessa e con la realtà esterna all’ateneo. Nella nostra società che dicono “liquida”, senza punti di riferimento, votata all’individualismo, l’associazionismo può essere per i giovani una risorsa che aiuti veramente a diventare protagonisti della propria vita.